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THE EXIT STRATEGY



The Exit Strategy è un nome completamente in sintonia con i tempi e compare per la prima volta sulla copertina dell’album “The Demolished Man”, un disco decisamente anomalo per Amptek.
Riecheggiano alcune della contaminazioni  di alcuni momenti di Entropia, ma emergono forti elementi rockeggianti con tinte anni 70 ed inquinamenti jazzrock.  Nel successivo “Strategies to Manipulate Your Mind” pur non essendo attribuito a The Exit Strategy, tre o quattro brani sono eseguiti da quei musicisti e con quel  sound contaminato. Chiediamo ad Alex Marenga il significato di questi brani e di questo progetto che si distacca dall’elettronica che di solito propone






Cos’è The Exit Strategy?
The Exit Strategy  è un mio omaggio alla musica degli anni 70. Si tratta di brani in cui emerge in modo netto una parte del mio background, ovvero una certa musica acida e psichedelica degli anni 70, fra Canterbury e Miles Davis. E’ anche un modo per sfoderare strumenti , suoni e modi di suonare che appartengono al passato, per me ormai meno consueti. Emerge anche una certa attenzione al free anni 70 e alla musica sperimentale.

E’ un’operazione nostalgica?
Per certi versi lo è, tento di immettervi degli elementi di innovativi ma l’approccio è inevitabilmente anni 70, malgrado io tenti di mettere in evidenza quelle componenti ancora attuali di quella musica. Ma mentre per i miei altri progetti c’è il tentativo, riuscito o meno che sia, di raccontare il presente, qui non fatico ad ammettere che lo faccio con lo sguardo al passato. 

C’è un largo uso di strumenti “classici” della musica rock..
C’è un largo uso di batterie acustiche, di bassi elettrici, di chitarre, di sassofoni e naturalmente di sintetizzatori. Mi avvalgo dell’apporto di ottimi musicisti, ed io stesso mi faccio carico dell’esecuzione di molte parti suonate manualmente, oltre le chitarre anche il basso elettrico, per lo meno in studio.

Cosa pensi dei risultati di questa operazione?
Innanzi tutto tengo a puntualizzare una cosa che prescinde questo progetto. Per quanto io sia determinato nel seguire delle precise direzioni attraverso i miei progetti, non sono in grado di emettere un giudizio oggettivo sui risultati. Mi auguro che i miei modesti sforzi risultino interessanti per qualcuno, altrimenti starò solo perdendo un po’ del mio tempo e sprecando molti megabyte di spazio disco in giro per la rete.  Ringrazio tutti coloro che apprezzano i miei lavori per la pazienza e l’attenzione che hanno dimostrato. The Exit Strategy è un progetto particolare, piacerà a coloro che apprezzano i passati lavori di Entropia, quelli di iper-contaminazione fra rock-jazz-funk-elettronica e forse meno a chi mi segue per le produzioni ambient sperimentali. Ma il mio lavoro ha molte sfaccettature, annoierei me stesso facendo sempre le stesse cose. Su The Exit Strategy ne sottolineo nuovamente la natura di tributo nostalgico a un passato ormai irrecuperabile.



Ci sono queste tue dichiarazioni sul rock che sono spesso  un po’ “forti”
Non ho alcuna intenzione di fare polemica, sono un grande amante della musica rock della quale possiedo migliaia di dischi e penso che questo mio tributo ne sia una prova. Ma credo che tutto , abbia un inizio ma anche una fine, e credo che la musica rock abbia esaurito da tempo la sua spinta innovativa, del resto l’ha esaurita la rivoluzione d’ottobre che era un fenomeno storicamente più complesso.
Credo che il rock non abbia quel contenuto riformatore, innovatore, antagonista, trasformatore,  rivoluzionario per certi versi, che ne ha fatto un grande fenomeno culturale negli anni 60 e 70, oggi è soltanto un fenomeno commerciale.
Quando una musica, specialmente nel suo underground  dove dovrebbe pullulare di nuove idee, propone solo cover band, dimostri di non avere definitivamente più nulla dire e da dare.  Le tribute band sono il funerale del rock, laddove negli anni 60-70-80, tutte le nuove band proponevano invece idee nuove originali e innovative.
Esiste ancora come fenomeno commerciale, fatto sopravvivere con il polmone d’acciaio dall’industria che ancora vede, specialmente nella sua versione più canzonettistica, un prodotto da vendere.
Ma culturalmente ormai il rock di oggi svolge una funzione reazionaria e normalizzatrice. Dal punto di vista culturale è l’espressione dei  50-60enni ormai arrivati e integrati nel sistema, sotto il profilo tecnico musicale è solo il riperpetuarsi della medesima canzonetta.


Parliamoci chiaro, come in tutti i fenomeni culturali passati, penso anche al jazz, sopravvivono alcune sacche più sperimentali che mantengono integri i propri propositi innovativi e creativi e che, anche se minoritari, continuano  a suscitare interesse. 
Ma sottolineo, il rock per quasi un trentennio è stata una musica spontanea, ricca di grandi idee, di tendenze alla sperimentazione, paradossalmente pur avendo inaugurato il potere della grande industria discografica ne è stata per molti versi anche intellettualmente indipendente, ma oggi vedere questi giovinastri pieni di lacca, appena usciti dal parrucchiere che strimpellano un la minore con il sound dei Doors o di George Harrison mi sembra veramente imbarazzante.



Risulta poi evidente come questi scampoli di rock sopravvivano ossigenandosi con idee che provengono dai vari nuovi stili musicali, prima l'hip-hop oggi l'elettronica. Un tempo era il rock che contaminava il resto.


E come vedi il cosiddetto post-rock?


Lo osservo con molto interesse, ci sono esperienze che reputo molto interessanti. Credo che siamo innanzi ad episodi di contaminazione in cui le nuove forme e strutture compositive che la musica elettronica nelle sue varie sfaccettature ha ideato abbiano mutato le forme impiegate dai gruppi che utilizzano chitarre e strumenti tradizionali. L'uso stesso di questi strumenti è mutato in funzione di nuove formule anche timbriche, basti pensare, ad esempio, all'uso molto suggestivo della chitarra con archetto che fa Jonsi dei Sigur Ros. Ma anche all'uso della voce che sta facendo.
Quindi penso si tratti di una contaminazione che avvenga su due livelli: quello strutturale e quello timbrico. 
Da un lato iniziamo a trovarci innanzi a strutture che superano quella della canzone verso qualcosa di diverso, che mutua la forma dalle dilatazioni tipiche dell'elettronica, dall'altro ad un uso sugli strumenti elettrici di soluzioni e di effetti che avvicinano questi strumenti alle possibilità timbrico espressive della sintesi e del digitale. Come è avvenuto già con la musica classica negli anni 50, l'impiego degli strumenti elettronici ha determinato la formulazione di nuovi linguaggi e di nuove forme che furono trasportate anche sulla strumentazione classica e sull'orchestra, è un parallelo forse esagerato ma calzante. Se si pensa al parallelo fra le fasce sonore di Luigi Nono, che erano su nastro magnetico, e quelle di Gyorgy Ligeti, ad esempio su "Atmospheres",che erano eseguite dall'orchestra acustica, che a livello percettivo determinano dei risultati sonori simili, si comprende come un nuovo linguaggio possa essere trasferito a diversi strumenti. L'introduzione degli strumenti tecnologici nella musica colta hanno determinato certe trasformazioni, in qualche modo parallele a quelle che stanno avvenendo in quella popolare, già 50 anni fa.

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