lunedì 9 aprile 2018

Intervista Alex Marenga aka Amptek

Videomaker, produttore, chitarrista, critico musicale, autore radiofonico, sono molteplici le attività che vedono impegnato Alex Marenga sotto un nugolo di pseudonimi, il più noto dei quali è Amptek, e di progetti musicali, come Entropia o la label Eclectic Productions.
Cerchiamo di saperne di più.

D. La tua attività prevalente sembra essere quella di autore di musica elettronica, come nasce questo interesse?

R. Nasce nella parte finale degli anni 70 quando entro in contatto con i dischi di krautrock ma anche con il prog-rock di quegli anni. Pink Floyd, Tangerine Dream, Gong, Eno, Battiato, Klaus Schulze, Kraftwerk erano artisti di cui iniziai a comprare i dischi molto presto ma la possibilità di realizzare quei suoni spaziali sembrava davvero inarrivabile. Anche i suoni di mellotron di Rick Wakeman e Tony Banks mi colpivano molto.
Poi arrivarno punk e new wave e anche in queste nuove musiche spuntavano suoni sintetici. Ma erano macchine costose e che si rivolgevano ai tastieristi, noi chitarristi sembravamo esiliati in un mondo di distorsori e flanger. Poi ascoltai i primi dischi di Metheny e McLaughlin con i guitar-synth e li capii che potevo domare quei suoni e nel giro di pochi anni riuscii anche io ad acquistare chitarre Roland e Casio e sintetizzatori in FM.
In contemporanea misi mano ai computer Amiga e Atari e da quel momento, pur suonando in gruppi rock o jazz-fusion come chitarrista parallelamente scrivevo e registravo musica elettronica.

D. Come sei venuto in contatto con la scena dance

R. Era praticamente impossibile non venirne in contatto. All'inzio era il Rap, e i connubi fra funk e jazz-fusion e queste musiche nuove erano frequenti. Ricordo il concerto dei Material sulla RAI con la band e il dj e poi il disco di Herbie Hancock "Rock It". Tutto spingeva a quel genere di collusione.
L'House circolava anche in Italia ma il mio incontro con la Techno ha cambiato la mia percezione della dance. Già realizzavo musica ambient da alcuni anni e lavorando col progetto "Frammenti di Caos" venivamo chiamati ad iniziative e serate di musica techno. Erano gli anni 90 c'era a Roma un grande movimento con ottimi musicisti e dj non si poteva rimanere indifferenti a questo fermento.
La mia produzione venne ascoltata da Marco Passarani che si offrì di pubblicare un EP su Nature Records ("Narcos") con il nick di Amptek (già usavo Amp da anni senza sapere che anche un artista tedesco già lo stava utilizzando).

D. Com'era la scena techno di Roma in quegli anni?

R. Ammetto che dal mio punto di vista non avevo una visuale complessiva di quanto stesse succedendo e all'inizio venivamo chiamati in serate che non riuscivo bene a collocare all'interno di un movimento. Soltanto dopo mi resi conto che si trattava di una vera e propria scena. Ricordo solo un grande fermento, sia dei produttori che erano inclini a sperimentare le cose più folli che del pubblico che affluiva in massa a questi eventi. Ogni disco che usciva, specie di artisti di riferimento, come quelli di Detroit oppure di Aphex o Autechre, conteneva talmente tante idee nuove che ogni volta mi sembrava di trovarmi difronte a un nuovo punto di svolta.

D. Come è cambiato il rapporto con la chitarra in relazione all'uso sempre più intenso del digitale e dell'elettronica?

R. In una prima fase, diciamo nei primi 90, tentavo di contestualizzare il suono elettrico della chitarra e con quello dei synth che gli collegavo via midi all'interno delle produzioni che realizzavo.
Non avevo risorse economiche tali da potermi permettere chissà quanti sintetizzatori ero quindi costretto a programmarli sfruttandone al massimo le possibilità per ottenere le timbriche più varie. Ma iniziando a produrre dance, anche se sperimentale, per alcuni anni relegai le chitarre a un ruolo prettamente domestico.
Ricordo solo un festone al Bocciodromo nel quale mentre facevo un dj set impugnavo una Fender Stratocaster, ma era veramente un oggetto fuori posto in quel momento.
Soltanto in anni recenti, grazie alle rivoluzioni dell'effettistica e allo sviluppo del MIDI per chitarra ho iniziato nuovamente ad utilizzare strumenti a corde, realizzando con questi anche interi album.

D. Mentre le tue attività di videomaker

R. Nascono da un duplice percorso. Da un lato dall'esigenza, al nascere di Youtube, di realizzare videoclip per proporre su quel canale i miei brani.
Esigenza rafforzata dalla consuetudine, iniziata nei primi anni 90, già con i Frammenti di Caos di proporre live set con delle proiezioni che realizzavamo in proprio.
Ad un certo punto, credo fosse il 2003 o il 2004 mi venne chiesto di realizzare una serie di interviste e di documentari come "contenuti extra" di una serie di DVD pubblicati negli USA e in Italia.
Si trattava di materiali che riguardavano il cinema di genere italiano e questo mi offrì l'opportunità di entrare in contatto con importantissimi professionisti del nostro cinema e di dover acquisire in brevissimo tempo tecnica di ripresa e montaggio digitale di buon livello.
Questa palestra mi ha dato lo stimolo ad apprende il linguaggio visivo e a collegarlo alle mie realizzazioni musicali.

D. Ma tu sei arrivato anche a esporre le tue realizzazioni al Macro e in altri importanti eventi di arte contemporanea.

R. Sono moltissimi anni che studio e seguo il lavoro delle avanguardie del 900 e delle loro innovazioni sul linguaggio visivo, sia pittorico che cinematico. Iniziai ad interessarmene proprio per i miei primi lavori di commento sonoro alle pellicole surrealiste del muto all'inizio degli anni 90.
Queste sperimentazioni visive si saldavano con la mia passione giovanile per la psichedelia e per un linguaggio visivo che stimolasse le sensazioni a livello subliminale ed inconscio come quelle che accompagnavano i deliri sperimentali dei gruppi della fine degli anni 60.
Di conseguenza ho realizzato una serie di videoclip di varia natura. Pur generando dei filmati prevalentemente astratti in realtà tutto inizia da una visione della realtà, su luoghi o eventi che osservo quotidianamente. Alcuni di questi clip sono stati visti dai curatori di questi eventi e di conseguenza sono stato invitato a proiettarli.

D. Rispetto agli anni 90 la scena elettronica è mutata, come ti inserisci nel contesto contemporaneo?

R. La mia impressione è che un qualcosa che un tempo era underground, frutto di un interesse creativo, anche se non dimentichiamo che già dall'inizio ci fu chi ne comprese il potenziale economico, sia diventata poco a poco un importante elemento di business.
L'industria del divertimento giovanile si è impadronita dell'organizzazione degli eventi più rilevanti, anche molti media si interessano di questo indotto e gli interessi economici in questo segmento cominciano, anche in Italia, ad essere prevalenti.
Quindi anche la possibilità di intercettare spazi si lega alla capacità di generare profitti.
C'è da dire che la stessa dance viene fruita in modo più ludico e spensierato e che spesso quella pulsione alla ricerca sia più formale che sostanziale.
In questo scenario, arrivato ormai anche a una certa età, sono quasi del tutto disinteressato a comparire all'interno di contesti commerciali.
Mi interessa molto di più esplorare le declinazioni del linguaggio musicale con la tecnologia.
Per questo proseguo con produzioni che tentano di mescolare le carte all'interno di vari lessici sonori attraverso il digitale.
Sto persino realizzando con altri tre musicisti un progetto legato alla contaminazione fra blues e musica elettronica. Non mi preoccupo molto di quali siano le esigenze di mercato, di tanto in tanto mi viene chiesto e nell'ambito della mia interpretazione realizzo dei brani cercando di essere coerente con la mia visione della musica elettronica.







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