Bluff Punk

Abbiamo imparato in questi anni come esista un diretta dipendenza fra uffici stampa e apparato mediatico pur essendosi in parte virtualizzato nella rete.
Questo stato di cose determina una sconcertante assenza di pensiero critico, sia che si parli di politica che di cultura o di arte, è un processo di omologazione alla visione del mondo che gli uffici marketing e comunicazione impongono ai consumatori. La stampa, la critica sono semplici ingranaggi del sistema promozionale dell’apparato politico-industriale.

Dopo questa premessa si giunge al fine al disco dei Daft Punk, un prodotto di musica commerciale, ideato per scalare le classifiche, promosso secondo una strategia abile, frutto di grandi investimenti attuati da una delle più grandi multinazionali del mondo mediatico, la Sony.

Quindi ci troviamo innanzi ad un vero bombardamento transmediatico che esalta immeritatamente questo “Random Access Memories” e che tende a indirizzare il mercato verso una visione positiva di questo prodotto impiegando toni esaltati ed entusiastici.

Ma in definitiva com’è questo disco dei Daft Punk? è l’ennesimo prodotto di un gruppo che da un decennio è totalmente interno alle logiche del music-business e realizza lavori commerciali destinati a scalare le classifiche a discapito della qualità e della ricerca musicale.
I Daft Punk sono ormai da tempo fuori dalla scena elettronica e il loro contributo allo sviluppo di questo linguaggio sonoro è pari a zero ormai da molto tempo. La pseudo-critica, ovvero gli imbonitori prezzolati del sistema, invece ce li impacchettano come grandi innovatori rivoluzionari, ma ahimè è tutta fuffa.
Il loro ultimo lavoro si impadronisce di un certo suono “disco” fine 70, ed è una raccolta di canzoni dance rese monocordi dalle deformazioni elettroniche delle voci che caratterizzano praticamente tutti i brani. Se fosse cantanto (magari!) normalmente ci troveremmo innnanzi a un mero lavoro di revival di ottima produzione, le voci da robottini che vorrebbero essere un marchio stilistico risultano invece a dir poco fastidiose, difatto sono episodiche proprio sul singolo “Get Lucky”.

Grande il lavoro di Nile Rodgers, mirabile realizzatore di groove funky-disco con la sua chitarra nitida, pulita, sempre leggibile, dal suono pieno e caratteristico, che ci ricorda le sue storiche produzioni con gli Chic, i Duran Duran (Notorius) e David Bowie (Let’s Dance), che è uno degli elementi positivi di questo lavoro. Interessante la celebrazione di Giorgio Moroder, grande padre della dance elettronica degli anni 70.

Ma il disco non esce dal perimetro di prodotto commerciale, è basato su canzoni non particolarmente brillanti, ed è in definitiva un disco mediocre, prodotto benissimo con grandi investimenti economici, ma  sopravvalutato come del resto sono gli stessi Daft Punk già da lungo tempo. Simpatico il lavoro sull'immagine, in bilico fra l'estetica di Tron e il look disco anni 80, grande e sapiente lavoro di promozione, non c'è che dire, una macchina da guerra come la Sony sa come gestire gli elementi chiave della propaganda e della pubblicità, complimenti, grandi professionisiti.


voto 4/10

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