mercoledì 27 giugno 2012

DEAD CAN’T DANCE: THE RETURN OF WALKING DEAD


Ci si dovrebbe chiedere il perchè gruppi ormai disciolti da più di vent’anni si ricompongano improvvisamente. Molto raramente c’è un’idea musicale forte, considerabile come prosecuzione di un discorso precedentemente interrotto, come nel caso forse unico dei King Crimson
Per altri c’è la volontà di celebrare i vecchi tempi riproponendoli magari in tourneè, limitandosi poi a registrare un disco dal vivo.  
Spesso ci sono carriere soliste inconsistenti che spingono a riutilizzare la vecchia sigla nel tentativo di recuperare la relazione con i fans storici e muovere un indotto economico che nel tempo si è mantenuto attivo attorno ai vecchi dischi.  

Molti indizi portano a pensare che sia questa la molla che abbia attivato i Dead Can Dance in questa, che non solo è una reunion finalizzata a una celebrazione dal vivo dei vecchi successi, ma si propone di presentare un nuovo album intitolato “Anastasis”.

Il duo australiano è stato, dalla seconda metà degli anni 80, promotore di un dark ambient originale con forti venature medio-orientali e di musica antica, caratterizzato dall’alternarsi di due vocalità originali , quella di Brendan Perry e di Lisa Gerrard. 
I Dead Can Dance realizzarono tra il 1984 e il 1996 ben 9 album sciogliendosi dopo la pubblicazione di “Spiritchaser”. 
Lisa Gerrard si dedicò ad una attività solistica non particolarmente proficua se non nell’episodio che la vedeva collaborare con il compositore Hans Zimmer per le musiche de “Il Gladiatore” di Ridley Scott. 
Brendan Perry , invece, spari nel nulla.
Il suono scuro e iper-contaminato dei Dead Can Dance rimase per anni nella memoria degli appassionati e rappresenta ancora oggi un riferimento interessante del panorama darkwave di quegli anni.






Ma torniamo ad oggi, preceduto da una serie di vecchi brani riproposti dal vivo e distribuiti gratuitamente tramite il sito ufficiale della band con il titolo “Live Happenings”, “Anastasis” si presenta come un episodio da dimenticare.


Il sound delle voci, l’equalizzazione e i reverberi sono gli stessi di “Within the Realm of a Dying Sun”  (1987) come se i due fossero protagonisti di un salto temporale che li ha resi inconsapevoli di quanto avvenuto nel corso degli ultimi venti anni. 
I brani utilizzano delle linee ritmiche di batterie e percussioni assolutamente inammissibili nel 2012, era degli Squarepusher e dei Radiohead. 

Banalità ritmiche degne di una batteria giocattolo della Mattel.  Già la scansione della batteria nel brano di apertura ricorda un twist rallentato, i suoni utilizzati sono preset tra i più scontati, è assente qualsiasi ricerca sui suoni e sui movimenti che sia antecedente al 1987. 
Per quanto fautori di un’"operazione nostalgia" determinate soluzioni  sarebbero risultate stantìe anche per gli anni 80. 
Si evince che l’album è stato realizzato da musicisti in completo distacco dalla realtà circostante e il cui unico intento sembra quello di recuperare gli “over40” nostalgici dei dischi 4AD. 




Sembrano ignorare anche la presenza dei derivativi “Theodore Bastard”, gruppo di tendenza della Federazione Russa, che imperversa nell’Est Europeo, e che impiega, su soluzioni sonore moderne, molte componenti del suono dei DCD.
Gli unici elementi positivi in questo panorama deludente, sono nel gusto melodico del duo, e negli arrangiamenti orchestrali, sempre fedeli al filone migliore del suono originale Dead Can Dance e che si ascoltano ancora con piacere. Ma da questa operazione si riconferma l’assioma che i morti non ballano al massimo camminano.

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